foto Alessio Aiello

Siamo al momento della verità per le sorti dello storico marchio SPAL. Il nome e i loghi a esso collegati sono pronti per andare all’asta giovedì 9 luglio alle ore 10, curiosamente nello stesso giorno in cui a Roma verrà sancito ufficialmente il cambio di proprietà della società attualmente insediata a Ferrara (la Ars et Labor) con il passaggio dal gruppo argentino a quello maltese di Joseph Portelli.

La partita per il marchio sembra essere delineata: gli argentini si sono chiamati fuori dal giorno uno; Portelli ha intenzione di fare altrettanto per non inimicarsi immediatamente un’opinione pubblica della quale dovrà conquistare rapidamente il favore dopo il flop dei suoi predecessori in Eccellenza. Restano quindi due potenziali scenari: l’acquisizione da parte del Comune di Ferrara o l’ingresso sulla scena di uno o più speculatori.

Lo scorso 16 giugno, quindi con ampio anticipo, la giunta comunale di Ferrara ha formalizzato la propria manifestazione di interesse all’acquisto del marchio SPAL e dei trofei storici della società, nell’ambito della procedura di liquidazione giudiziale pendente presso il Tribunale di Ferrara.

L’offerta base del Comune è di 395mila euro, al di sotto dell’offerta minima fissata dal curatore. Ciononostante il 23 giugno la stessa giunta ha fatto un passo ulteriore: con la deliberazione n. 293 del 2026 ha autorizzato la partecipazione vera e propria all’asta pubblica n. 1252, la cui base d’asta è fissata a 702.200 euro, con offerta minima di 526.650 euro e deposito cauzionale di 70.220 euro. L’obiettivo dichiarato resta lo stesso: tutelare un patrimonio identitario profondamente legato alla storia della città, scongiurando il rischio che il marchio finisca nelle mani di soggetti privi di legame con il territorio ferrarese. Le intenzioni sono chiare e sembrano incontrare il consenso della tifoseria, anche sulla scorta delle indicazioni fornite dalla Curva Ovest a giugno 2025, subito dopo l’esclusione dal professionismo della società presieduta da Joe Tacopina.

Resta però sullo sfondo un altro tema: da un punto di vista giuridico si tratta di una mossa legittima? La domanda non è retorica. Ogni atto di spesa di un ente locale deve essere sorretto da una finalità pubblica identificabile, specifica e proporzionata all’importo impegnato. Sotto questo profilo, la delibera del 23 giugno offre qualcosa in più rispetto alla semplice manifestazione di interesse: richiama le Linee programmatiche del mandato 2024-2029, il documento unico di programmazione 2026-2028 – e in particolare il progetto operativo 9.1.1 denominato “Ferrara Città dello Sport” – e il bilancio di previsione approvato dal consiglio comunale. Richiama inoltre il testo unico degli enti locali, lo statuto comunale e il regolamento di contabilità. A margine, la delibera dà atto di aver acquisito pareri favorevoli di regolarità tecnica e contabile, espressi rispettivamente dal direttore generale e dal dirigente di ragioneria.

La delibera, essendo di carattere programmatico, di per sé non rivela cosa accadrà al marchio dopo l’eventuale acquisto. Lo schema più plausibile però è noto da tempo: il Comune acquisisce il marchio, lo trasferisce alla Fondazione SPAL (acquisita all’asta lo scorso 14 aprile), la Fondazione lo mette a disposizione dell’Ars et Labor, resta da capire se gratuitamente oppure con un canone concordato.

Il Comune, in questo schema, non è il beneficiario dell’acquisto: è un tramite finanziario. Chi trae vantaggio concreto dall’operazione non è la collettività in senso stretto, ma una società privata che fa calcio dilettantistico. Sul piano pubblicistico questa distanza tra chi paga e chi beneficia è esattamente il tipo di costruzione che la Corte dei Conti, in sede di controllo sulla gestione del bilancio, è chiamata a scrutinare con attenzione. E gli amministratori che hanno votato la delibera risponderebbero di danno erariale qualora la spesa venisse giudicata priva di adeguata giustificazione pubblica. Si tratta di responsabilità patrimoniale diretta, non di una minaccia astratta. Se il marchio venisse acquistato e poi ceduto di fatto a terzi il Comune si ritroverebbe a essere accusato di sottratto risorse a finalità più urgenti per finanziare un’operazione dal profilo giuridico incerto. La difesa dell’amministrazione passerebbe per tre pilastri: dimostrare che la delibera è fondata su una base normativa solida; che esiste un beneficio pubblico misurabile e non meramente sentimentale; e che l’interazione Comune-Fondazione-Ars et Labor (che è un ente del terzo settore) è conforme alle norme sulle partecipazioni locali e ai controlli dell’ANAC (autorità nazionale anticorruzione).

Il problema si complica ulteriormente in prospettiva d’asta. Il 9 luglio la procedura è aperta: se altri soggetti dovessero presentare offerte il curatore Aristide Pincelli non potrà che seguire la logica del massimo realizzo per i creditori. Il Comune, per aggiudicarsi il marchio, dovrà battere ogni rilancio, a scalini da tremila euro ciascuno. Ma ogni euro aggiuntivo rispetto alla base d’asta è denaro pubblico in più che esige una giustificazione proporzionata alla somma crescente. L’interesse pubblico che reggeva l’intenzione di partenza da 395mila euro è lo stesso che ne giustificherebbe una da 500mila o 600mila? Il principio di proporzionalità dell’azione amministrativa imporrebbe di rispondere a queste domande prima di varcare la soglia dell’aula. Ma questo non è possibile perché solo il giorno stesso sarà possibile conoscere gli eventuali altri partecipanti all’asta. Dallo studio del curatore Pincelli non trapela alcunché, ma sembra esserci la sensazione che nessuno voglia fare una manovra così spericolata come quella di accaparrarsi un marchio così costoso e così difficile da utilizzare in un contesto diverso da quello di Ferrara.

La delibera già citata autorizza la partecipazione “alle migliori condizioni desunte in relazione all’andamento della gara” e demanda ai dirigenti la “formulazione di eventuali rilanci entro i limiti autorizzati”: ma quei limiti, nella delibera, non sono quantificati. Va detto che alcune delle argomentazioni dell’amministrazione, se ben costruite, possono reggere. La tutela dell’identità storica e culturale è una funzione istituzionale riconoscibile ai Comuni, a patto ovviamente che sia agganciata a fonti normative specifiche e non si riduca a un generico richiamo al sentimento cittadino. Il rinvio al progetto operativo “Ferrara Città dello Sport” contenuto nel DUP 2026-2028 è un aggancio non trascurabile. E lo schema tramite Fondazione SPAL, soggetto di natura para-pubblica, potrebbe consentire al Comune di conservare una forma di controllo sull’utilizzo del marchio, differenziando l’operazione da una semplice elargizione a privati.

Non è una strada senza precedenti: nel maggio 2024 il Comune di Reggio Calabria approvò una delibera quasi speculare per partecipare all’asta del marchio della Reggina 1914, anch’essa in liquidazione giudiziale. Quella delibera fondava la legittimità della spesa sull’ancoraggio allo statuto comunale – che impegna l’ente a promuovere lo sviluppo della comunità e a favorire la pratica sportiva – e prevedeva esplicitamente che i costi dell’acquisto venissero recuperati nel tempo attraverso la concessione onerosa del marchio alle società sportive interessate, trasformando così quella che altrimenti sarebbe una spesa a fondo perduto in un investimento recuperabile. Quella delibera offre a Ferrara un modello, ma anche un avvertimento: la sostenibilità giuridica dell’operazione dipende dalla qualità della motivazione scritta, non dalla bontà delle intenzioni.

Se il 9 luglio non dovessero esserci inserimenti a sorpresa a scopo di speculazione, come ha chiesto espressamente – con toni molto severi – la stessa Curva Ovest, la strada per un ricongiungimento tra la SPAL e il suo marchio sembra essere tracciata in modo ben definito.

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