Mirco Antenucci si avvicina al 42° compleanno (il prossimo 8 settembre) come un uomo in pace con sé stesso, ma sempre con quella punta di irrequietezza addosso che non lo tiene immobile nella sua seconda vita di sportivo. La voglia di giocare e fare gol non è mai tornata, quella di costruire qualcosa nel calcio invece è ancora lì.
Sperava di farlo alla SPAL della proprietà argentina ed è andata maluccio. Aveva coltivato una speranza di avere una seconda opportunità con la nuova proprietà maltese, ma non se ne è fatto nulla nonostante alcuni segnali promettenti. E allora Mirco è tornato a studiare le sue prossime mosse con serenità, senza per forza dover dare la colpa a qualcuno. Ora, nei giorni dell’attesa del debutto in pubblico di Joseph Portelli, l’ex capitano ha deciso di spiegare come sono andati gli ultimi dodici mesi.
Mirco, è meglio partire dalla fine, ossia dalla possibilità di fare parte della nuova SPAL dei maltesi.
“Sì, in queste ultime settimane ho vissuto un po’ da Ferrara e un po’ da Giulianova gli eventi che stavano accadendo. Marcel Bonnici a un certo punto mi ha telefonato per chiedermi se ero disponibile a far parte del nuovo progetto e quindi c’è stata una prima chiacchierata, conclusa col proposito di rivedersi di persona per approfondire altri aspetti. Il discorso economico non è mai stato affrontato perché la priorità era capire come strutturare l’area tecnica. Alla fine però mi è stato detto che la proprietà ha deciso di fare altre scelte e quindi i contatti sono terminati. Non ho niente da recriminare, ci sta che una proprietà possa fare i suoi ragionamenti. Mi sarebbe piaciuto rientrare perché tengo alla SPAL e sentivo di aver lasciato le cose a metà. Ma ho sempre specificato che l’avrei fatto con un ruolo chiaro e con responsabilità definite chiaramente”.
Non è un po’ strano parlare con un potenziale direttore sportivo e poi decidere di adottare un organigramma che non prevede questo ruolo?
“Non sta a me giudicare: la proprietà avrà senz’altro valutato tutti gli aspetti di questa decisione. Io avevo dato apertura per il ruolo di direttore sportivo perché mi era stato detto che stavano cercando una figura che si potesse occupare dell’area tecnica. Il resto mi interessava relativamente, nel senso che non l’avrei fatto per i soldi, ma per dare il contributo a una società in cui mi identifico e dare forma a una programmazione seria che è quello che Ferrara si aspetta”.
Come valuti le prime mosse di Portelli e Bonnici? Parlato ds affiancato dai consulenti e le partenze di Senigagliesi e Iglio, due ragazzi che avevi voluto fortemente nel 2025.
“Dico la verità, non sto seguendo così tanto, anche perché in questo periodo mi sto concentrando su altri progetti oltre che sulla famiglia. Non voglio rimanere bloccato con la speranza che succeda qualcosa. Anche se c’era la voglia di tornare, il capitolo da direttore sportivo della SPAL è archiviato. Alla nuova proprietà faccio il mio in bocca al lupo, è giusto dargli un po’ di tempo prima di esprimere della valutazioni”.

Tra i tuoi progetti in corso c’è la collaborazione con la GR10 Academy a Giulianova?
“Sì, quello è uno degli ambiti in cui mi piace poter dare un contributo perché penso che ai ragazzi possa far bene apprendere da professionisti in grado di dar loro qualche nozione in più non sono sulla tecnica, ma anche sugli aspetti comportamentali per giocare a calcio, a prescindere da quello che può essere il loro futuro. Ma ci sono altre cose che sto portando avanti e di cui spero di poter parlare presto”.
Riavvolgiamo il nastro a luglio 2025. La SPAL è fuori dal professionismo, nasce l’Ars et Labor. Ancora oggi non è del tutto chiaro come siano andate le cose per quanto ti riguarda.
“Faccio una premessa: non è facile sintetizzare tutto quanto e ci sono certi aspetti che secondo me vanno tenuti per sé. Detto questo, per me è stato un periodo vertiginoso che ha comportato due mesi di lavoro estremamente intenso. Giustamente il tifoso s’immagina che il ds debba concentrarsi solo sul fare la squadra, ma nella situazione dell’Ars et Labor andava ricostruito tutto da zero, con le macerie ancora di mezzo, in tempi strettissimi. Non era per niente facile. Senza tirarmi indietro per un momento ho fatto tantissime cose in vari ambiti: da quello della scelta del personale al settore giovanile. Resto anche dell’idea che sulla scelta dei giocatori – nelle condizioni in cui eravamo, ossia praticamente ad agosto – sia stato fatto un buon lavoro. Fino a un certo punto la costruzione della rosa è andata bene, poi sono stato frenato. Quando si è creata questa situazione ho detto fin da subito alla proprietà che per vincere il campionato mancavano quattro giocatori. Mi è stato risposto che bisognava avere pazienza. Si sono create due visioni molto diverse, ma questo non mi sorprende, perché in realtà io ero uscito dal progetto quasi immediatamente dopo aver conosciuto i rappresentanti della nuova proprietà”.
Quindi la smentita alla notizia circolata in quel periodo era di facciata.
“Lo era perché nel frattempo ci sono state persone che si sono attivate per ricomporre la situazione e trovare un equilibrio. Ho provato a mettere da parte le sensazioni negative che erano sorte nei primi incontri e lavorare a testa bassa. Bisognava anche capire che rispetto ad altri dirigenti io ero più esposto, perché a Ferrara ci vivo e ho un certo tipo di rapporto con i tifosi. Non potevo mettere la faccia e la professionalità in un progetto in cui c’era un’eccessiva confusione sui ruoli. Poi ci sta che io abbia i miei difetti dentro al contesto di lavoro, ma i problemi andavano oltre”.
Per quello che s’è capito c’erano diversi livelli decisionali. La proprietà, con i consulenti Triulzi e Piraino, poi la dirigenza in sede a Ferrara e Sandro Federico che nel frattempo era a Chioggia ma che “dava consigli” alla proprietà stessa.
“C’era senz’altro della confusione. La scelta dell’allenatore non è stata condivisa insieme e spesso non sapevo se certe cose erano decise con me o fosse così solo parzialmente. Mettiamoci poi che all’inizio c’era un presidente (Molinari) e poi un altro (Marengo), che tra l’altro non sempre era presente, e c’era una società in cui mancavano mille cose. Non perché fosse colpa di qualcuno, ma perché si era ripartiti dal nulla. Servivano spesso decisioni rapide a 360 gradi e invece ci si ritrovava spesso a discutere. Purtroppo è una tendenza che si sta affermando un po’ ovunque nel calcio italiano. Le proprietà vogliono sempre intervenire di continuo invece di rispettare la specializzazione dei ruoli. Io credo che ognuno debba fare il suo, ovviamente con un coordinamento. Ma ormai sempre più spesso si vedono situazioni in cui non c’è reale autonomia per i dirigenti”.

Si può dire che poi con Di Benedetto c’è stato un adattamento?
“Sì, ci siamo conosciuti meglio, abbiamo iniziato a lavorare insieme e mi sono voluto fidare della scelta della proprietà, anche perché ero consapevole di essere agli inizi e di non potermi mettere di traverso subito su questa scelta”.
Il mister poi è stato uno di quelli che ha pagato il conto, qualche mese dopo di te.
“Possiamo parlare di tante cose, ma è la squadra che deve andare in campo e vincere. Come ho detto, secondo me per arrivare all’obiettivo mancavano quattro giocatori. Un centrale difensivo mancino, un terzino sinistro e altri due attaccanti forti”.
Il centrale sarebbe potuto essere Alessandro Bassoli?
“Sì, avevamo parlato ed era disponibile, ovviamente a determinate condizioni”.
Per il terzino sinistro di ricambio avevi in mente un giocatore un po’ più esperto rispetto a Tommaso Occhi?
“Tommy è un ragazzo molto valido, ma aveva fatto solo le giovanili. La maglia della SPAL pesa tantissimo e in più se sei chiamato a vincere il peso raddoppia. Per questo pensavo servisse un rinforzo da quella parte”.
Parliamo degli attaccanti.
“Ne ho proposti davvero tantissimi alla proprietà. Alcuni nomi sono usciti sulla stampa, altri no. Perché lo so quanto è delicato quel ruolo e non lo si può sbagliare. Gli attaccanti ti portano i numeri ed è chiaro che se vuoi quelli bravi c’è da fare un sacrificio in più. A maggior ragione se sei la SPAL in Eccellenza. Tutte le mie proposte sono state scartate. Una volta perché veniva chiesto un biennale; un’altra perché i premi erano troppo alti; un’altra ancora perché il contratto richiesto era ritenuto esagerato… ma se uno ha dimostrato di poter fare 20 gol in serie D qualcosa gli devi dare, altrimenti va altrove. Mi veniva detto che bisognava avere pazienza, che la squadra c’era e serviva solo del tempo per ingranare. Io ero certo già lì che vincere il campionato sarebbe stato complicatissimo a meno che andasse tutto per il verso giusto di domenica in domenica”.
Ti è stata attribuita una perdita di tempo con Michele Cesario, l’attaccante ex Giulianova rimasto qui in prova per un po’ e lasciato andare per problemi fisici.
“Michele lo conosco bene, è un grande giocatore per l’Eccellenza, ma non stava bene e questo era risaputo. Aveva un edema osseo che lo limitava tantissimo. Senza di quello sarebbe stato un grandissimo valore aggiunto. Ma non è una situazione che ho creato io. In quel momento ho fatto mezzo passo indietro e nel frattempo mi è toccato vedere Carbonaro fare il centravanti o anche Cozzari in quel ruolo. Quella era un’altra dimostrazione del fatto che servivano dei giocatori con caratteristiche diverse, per quanto Paolo e Mattia abbiano fatto anche bene”.

Dopo la sconfitta col Medicina Fossatone fece rumore il tuo “la società sa come la penso” sul tema attaccanti.
“Per come la vedo io non puoi presentarti in Eccellenza chiamandoti SPAL senza due attaccanti da 20 gol a stagione. Chi vuole stare al vertice prende quei giocatori lì. Che lo ribadisco, costano, ma sono quelli che fanno la differenza tra un pareggio e una vittoria”.
Due attaccanti (Moretti e Piccioni) poi sono arrivati dopo la tua separazione dalla società.
“A dimostrazione che forse avevo ragione a chiedere due innesti in avanti”.
Che idea ti sei fatto dei due acquisti?
“Io avevo proposto altri nomi, ma non è quello il punto importante: sono sicuro che hanno fatto del loro meglio. I giocatori sono quelli che vanno in campo e hanno la loro quota di responsabilità, ma ad un attaccante che fa 2-3 gol a stagione non ne puoi chiedere 15 o 20. Mentre è più probabile che uno da 20 incappi nella stagione negativa per mille motivi. I risultati arrivano se dall’alto ci sono le idee chiare”.
Ti sei arrabbiato quando tempo fa su LoSpallino venne scritto che la squadra venne fatta “da due ds in contrapposizione”.
“Sì, perché non c’era alcuna contrapposizione. Il direttore sportivo da luglio a ottobre ero io e la squadra l’ho fatta io, poi per mia volontà me ne sono andato ed è subentrato Sandro Federico”.
Che però quand’è arrivato ha detto che ogni scelta era condivisa, anche con te.
“Se lo dice lui… (ride, ndr)”.
Ho come l’impressione che l’argomento non sia dei tuoi preferiti.
“Meglio guardare ai fatti come si sono svolti. Quando sono entrato nel progetto Ars et Labor lui era tesserato con la Clodiense, in serie D. Per me, almeno inizialmente, Federico era stato solo il tramite per farmi incontrare la proprietà, perché già conosceva i suoi rappresentanti. In teoria il suo ruolo si era esaurito lì. Dopo qualche settimana ho visto che iniziava a essere presente al centro sportivo sempre con maggiore frequenza e questo non lo potevo sopportare. Ripeto: era tesserato con un’altra società. Al di là dell’incidenza sulle decisioni, non era una situazione tollerabile e ho chiesto alla proprietà la massima trasparenza. Perché un conto è dare consigli, un altro è lavorare direttamente per la proprietà”.

Pensi che gli argentini ti abbiano un po’ “usato” per ingraziarsi il pubblico nella fase di insediamento?
“Mah, io so che ho fatto il mio lavoro al 100%, ogni giorno il mio pensiero era quello, anche a scapito della famiglia e di altri aspetti importanti della mia vita. Per me era un’opportunità enorme per fare qualcosa per la SPAL, una società che mi sento dentro e con cui avrò sempre un rapporto speciale. Però le dinamiche che si sono create all’interno non erano chiare e non mi piacevano. Sono dell’idea che la maggior parte dei ds sarebbe rimasta lì, anche a soffrire, pur di mantenere il posto. Io non sono così e ho preferito andarmene. Non volevo fare dei compromessi al ribasso perché sapevo che non avrebbero fatto il bene né mio né della SPAL. Con quel tipo di situazione non c’era il margine per una vera crescita”.
Credi che certe scelte, come quella di non prendere ulteriori rinforzi a inizio stagione, siano derivate da una forza economica inferiore rispetto a quella inizialmente prospettata? Oppure che ci sia stata una certa miopia a livello tecnico?
“Spesso le trattative sono state bloccate per via dell’aspetto economico, ma dobbiamo tenere conto del fatto che dopo che sono andato via io ci sono stati altri sette mesi in cui la società ha potuto strutturarsi e magari reperire altre risorse. Le possibilità di spesa possono anche cambiare a stagione in corso. Personalmente non avevo in mano la gestione economica, ma nei dilettanti da novembre in poi se ne possono fare di cose per migliorare una squadra… anche se non ci sono i milioni. E non sono state fatte”.
Una delle critiche mosse all’organico 2025/2026 è che fosse poco… “di categoria” rispetto invece a quello del Mezzolara che poi ha vinto il campionato.
“In Italia lo sport preferito è quello del ds o dell’allenatore in poltrona… (ride, ndr). Penso che un’osservazione del genere non tenga conto del contesto in cui è nata la squadra dello scorso anno. Ad agosto, con tutti i migliori praticamente già accasati, tra l’altro in un territorio che storicamente offre poco a livello di giocatori. Se uno ha firmato a giugno per una società, difficilmente si rimangia la parola per venire alla SPAL. Non perché la SPAL non sia un’opportunità unica, ma perché a un certo punto quel ragazzo dovrà proseguire la sua carriera altrove e magari verrà percepito come poco serio. Faccio l’esempio di mio fratello Andrea (quasi 50 gol negli ultimi tre campionati di Eccellenza) che ha firmato per la Vianese: anche se l’hanno annunciato qualche giorno fa era già d’accordo da più di un mese. Quindi ad agosto abbiamo dovuto lavorare sui profili ancora liberi in quel momento e secondo me è stato fatto complessivamente bene, tanto che molti dei ragazzi o li hanno confermati o li volevano confermare in questa stagione”.
Però ha vinto il Mezzolara, spendendo molto meno.
“Ma è un paragone che secondo me non si può fare in modo equo. Il Mezzolara è una società con una struttura molto precisa e una metodologia ormai consolidata che è nota a tutti nell’ambiente del calcio regionale. Ha una configurazione che ha permesso alla squadra di rimanere per tantissimi anni in serie D in modo stabile e di rientrarci dopo due anni dalla retrocessione. E non è che nel campionato precedente avessero fallito: erano arrivati primi a pari merito, perdendo allo spareggio. La continuità vuol dire tantissimo e fa la differenza, anche se non hai un nome così famoso o un budget enorme, e loro sono stati bravi in questo, mettendo dentro dei giocatori funzionali al loro contesto”.

Si può dire che scegliendo di iniziare la carriera da dirigente alla SPAL ti sei un po’ complicato la vita da solo? Antenucci direttore sportivo in una qualunque altra città di questa regione non avrebbe avuto così tanti occhi addosso e quindi ci sarebbe stata anche meno tensione.
“Questo sì, è inevitabile, Ferrara è la città in cui vivo e c’è un rapporto speciale. Ma non volevo che la mia storia con la SPAL finisse con un fallimento, era un finale davvero troppo brutto. Mi sono buttato in questa esperienza con tutto me stesso e forse ho agito troppo di cuore e troppo poco col cervello. Però qui c’è un potenziale incredibile, i numeri sono sempre lì a dimostrarlo. Non mi sono mai pentito della scelta anche se sono rimasto appena tre mesi. Sentivo di poter dare un contributo importante”.
Nel mondo del calcio capita spesso che giocatori importanti siano convinti di poter incidere da dirigenti o da allenatori perché in fondo le hanno viste tutte. E che magari questo li induca a pensare d’essere immuni dagli errori che farebbero dei loro colleghi meno esperti. Pensi sia accaduto anche a te?
“Da giocatore come da dirigente si può sempre imparare, ma si impara più dalle persone intelligenti e dotate che da quelle che sono prive di certe qualità. Attorno a me nei mesi scorsi ne ho viste poche di intelligenti e dotate. Il fatto che io non avessi mai fatto il direttore sportivo non significa che non abbia studiato e soprattutto che non mi sia confrontato lungamente con professionisti che questo mestiere lo fanno da tanto tempo. Ai trent’anni di vita di spogliatoio avrò accostato almeno mille telefonate a vari dirigenti che ho avuto la fortuna di conoscere e questi confronti mi hanno insegnato tantissimo”.
Però ci sarà stato qualcosa che non sapevi e hai scoperto a tue spese facendo questo mestiere nuovo.
“Onestamente? Per me il passaggio da giocatore a dirigente è stato abbastanza automatico. Forse perché è avvenuto quando avevo già deciso da molto tempo di ritirarmi da calciatore e il campo non mi è mai davvero mancato per un minuto. Le dinamiche che ho vissuto finora corrispondevano a ciò che mi aspettavo. Il problema è che l’interpretazione tradizionale del ruolo di direttore sportivo si sta un po’ perdendo. Una volta questa figura poteva incidere a livello manageriale e dare una vera impronta al progetto tecnico. Ora invece c’è meno autonomia ed entrano in gioco altre componenti che la indeboliscono”.
C’è il rischio che la tua carriera da ds ora entri in una fase di stallo a causa dell’esperienza finita così presto alla SPAL?
“Nei mesi precedenti è stato così, ora questo effetto si è attenuato. Se un presidente o un direttore generale si fermano all’apparenza vedono un giocatore che ha smesso da poco e che è rimasto solo tre mesi in una società. Penso diventi inevitabile avere dei dubbi. Ma sono sereno al riguardo, perché scegliendo la SPAL ho fatto la cosa che sentivo più giusta. So cosa non ha funzionato, so come potevo essere utile e cosa posso dare a un’organizzazione che ha le idee chiare”.

Da ottobre in poi hai scelto di non parlare mai dell’argomento nello specifico, pur partecipando ad altre interviste in cui si parlava anche del tuo legame con la SPAL nelle vesti da giocatore.
“Non sono stati mesi belli, è inutile nasconderlo. Ma non è stato tutto nero. Ci sono state tante cose che mi gratificano, come la famiglia, le amicizie e le nuove opportunità. Chiaro che non poter essere con la squadra alla domenica rappresentava un pensiero. Soprattutto perché i ragazzi li avevo scelti io e avevo cercato di trasmettere un certo tipo di mentalità. Mi sono concentrato su altro, studiando ulteriormente e andando a vedere tante partite. Nel frattempo ho curato altri ambiti della mia vita a cui avevo sottratto energie e tempo. Per cui sì, c’è stata soprattutto la sofferenza del non poterci essere, di non poter incidere e vedere il risultato finale che è stato inevitabilmente una delusione. Non ho mai parlato apertamente perché c’era una stagione in corso e non volevo fare polemica, come d’altra parte non mi interessa farne ora”.
Con i ragazzi che hai scelto il rapporto è rimasto nel corso del tempo?
“Sì e devo dire che si è creato un legame molto forte. Non pensavo potesse accadere in questo nuovo ruolo e in un arco di tempo così breve, invece continuano a chiamarmi e scrivermi, sono molto contento di questo”.
Una curiosità: chiamarsi SPAL rende più facile la vita di un direttore sportivo?
“Dipende dalle situazioni. Tanti giocatori si sono proposti per giocare qui, ma poi bisogna capire le aspettative, non solo a livello economico. Perché magari uno si propone, accetta qualcosina in meno e s’aspetta di giocare. Ma è anche accaduto che qualcuno andasse altrove perché gratificato maggiormente dal contratto”.
L’argomento è ricorrente e in generale si pensa che pur di giocare alla SPAL i giocatori possano fare anche dei sacrifici economici consistenti.
“Ripeto: ognuno è diverso e ha le sue priorità. Non è un discorso che può valere in generale, anche se capisco il punto di vista del tifoso. Per come la vedo io, se un calciatore sa di valere 10 non può accettare 5. Certi tipi di giocatori, quelli che fanno la differenza, vogliono vedere riconosciuto il valore aggiunto che sono in grado di portare in una squadra. Se la squadra X non è disposta a riconoscerlo, sanno perfettamente che altrove questo succederà. Funziona così ovunque, nei professionisti e nei dilettanti, ovviamente con le classiche eccezioni”.
Sembra un discorso che si può applicare al caso-Senigagliesi.
“Non so davvero cosa sia successo con Luca e ci può stare che abbia fatto la sue valutazioni. Però se in una squadra hai tre o quattro ragazzi che fanno la differenza di norma dovresti fare in modo di confermarli, anche se questo significa doverli accontentare in qualche modo. Però per giudicare il quadro d’insieme bisognerebbe prima conoscere che tipo di strategia sta impostando la nuova dirigenza”.

Ma se tra qualche mese Parlato dovesse stufarsi di fare anche il ds e la società avesse bisogno di introdurre questa figura? Bonnici dovrebbe telefonare a Mirco Antenucci?
“(Ride, ndr) Non lo so, vedremo cosa succederà. Non ho alcun rimorso per come sono andate le cose con la precedente proprietà. Mi dispiace solo non aver potuto portare avanti le mie idee, perché sono convinto che avrei potuto incidere positivamente. Alla nuova proprietà ho semplicemente dato la mia disponibilità e il discorso non è proseguito, con la massima serenità di tutti. Seguirò gli sviluppi da tifoso e nel frattempo mi dedicherò ad altro. Spero di poter cogliere un’opportunità per mettermi alla prova, sempre alle giuste condizioni”.








