foto Rubin

Ormai dopo tanto tempo le parole per raccontare, narrare, gli accadimenti della nostra benamata tendono a essere agli sgoccioli: le partite e le prestazioni spesso si assomigliano negli anni, le iperboli sulla Ovest potrebbero pure cominciare a diventare stucchevoli e quindi occorre inventare, trovare l’Arché, il punto focale, l’esordio, l’inizio, la sintesi. Chi non ha capito stia tranquillo, non l’ho capito neppure io che l’ho scritto, quindi tutto ok.

Partirei dalla birra al baretto e dalle chiacchiere con antiche amicizie, mai banali e sempre presenti, una consuetudine da cui non si può prescindere. Normalmente dopo la meritata reidratazione me ne risalgo i gradoni per accedere alla Geriatria, ma domenica non è sato così: mi sono piazzato con l’amico Funky al piano terra, molto decentrato sulla destra, in pratica in linea con la tribuna in una posizione in cui non si vedeva decisamente un cazzo. In pratica dietro alla bandierina del corner, ma da quella posizione si ha una visuale della Ovest strana e affascinante, si vede il profilo dei ragazzi in balaustra, si sente il rombo di una curva che mai nessuno potrà spiegare cosa ci fa tra i dilettanti, così è, anche se non vi pare. E quindi col Funky si discuteva di calcio antico, di vecchie S.P.A.L. che si hanno portato all’età della ragione (o forse no), si facevano i classici paragoni da boomer, sul calcio antico versus il calcio moderno, cosa ci faceva De Gradi in serie C, l’eleganza, la classe la visione di gioco di un regista che nel calcio attuale sarebbe appannaggio di uno squadrone di serie A, con uno stipendio a svariati zeri. Si parlava della forza devastante del romano Ferretti dal sinistro di tuono, dal genio Fermanelli quasi omologo del precedente, ma di piede destro. Come avrà fatto il calcio italiano a impoverirsi così tanto in pochi decenni, quale sarà stato il punto di partenza di questo declino infinito di qualità? Io non lo so sinceramente, posso immaginare sia qualcuna delle mille cause che noi mister da divano o da gradoni supponiamo da tanto, non si insegna più il calcio, manca la strada, il cortile, non ci sono più le mezze stagioni e altro.

foto Rubin

Comunque il fatto sta che da quella posizione assolutamente non privilegiata, guardando la Ovest dal sotto in su, ho rivisto l’esatta posizione dove io, mio padre e i suoi amici del Bar Quattro Torri ci posizionavamo alla fine degli anni Settanta. Anni pesanti, anni di piombo, ma dove molte cose erano più reali di ora, dove il calcio era calcio e il mondo era mondo, e nella borgata rimbalzavano ancora gli Yashin, palloni di plastica pesante, per intenditori, praticamente imbucabili. A noi capitò che l’orco bucapalloni ce lo fotté bucandolo con la fiamma ossidrica, ma niente, sto divagando, come sempre. Insomma da lì sotto ho rivisto il parterre coi suoi tre gradoni rialzati contro la tribuna, ho rivisto mio nonno Vanes claudicante, ma dal coraggio di un Vietcong avvicinarsi alla portina d’accesso tra il campo e il curvone, oltrepassare quei dieci passi di campo per scavallare in curva dove io col mio abbonamento di cartone lo aspettavo. Poi, lui da ultras ante litteram si piazzava poco distante da dove, ieri, io e il Funky, non abbiamo visto la partita.

Poi, girando lo sguardo verso sinistra, verso quel preciso punto dove gli amici di mio papà del Bar si piazzavano, di lato a quei casinisti degli ultras, poco fuori dal fumo di zolfo e dalla carta patinata tagliata a quadrotti, e da lì seguivano e disquisivano sul match. Mi dimenticherò sicuramente qualcuno, ma Berdé, Folco, il Topo, Maio, al Dutor, Dino, Ludo, Micio e Maci, Gianon, al Biond e al Gneto e altri persi nei fumi della mia memoria erano una banda di trenta-quarantenni che assieme ad altri ventimila assiepavano gli spalti dello stadio Comunale di Ferrara, il commendatore era ancora in vita. Ed ecco che ritorniamo all’Arché (minchia quanto me la tiro, magari mi porto pure sfiga) all’inizio di tutto, a quando quello stesso posto era visto con gli occhi di un bambino, ma la passione era la stessa, quando in quel prato sgambettavano veri campioni, Gibo, Pezzato, Manfrin, Criscimanni, Mongardi, Ferrari, Albiero, Fabbri, Cavasin, Bresciani e mille altri. Ecco quel posto è casa, quel posto è memoria e appartenenza, quel posto è un Bar, una piazza, un circolo, una sezione, un punto di aggregazione, che ha visto nascere, crescere e morire centinaia di migliaia di ferrarese. Quel posto è una chiesa dove anche gli atei pregando e bestemmiando soffrono e gioiscono (poco) da generazioni, una chiesa dove i sacerdoti col megafono sgranano il rosario e recitano la novena. Magari l’ho buttata giù troppo teologicamente, ma questo è quello che mi veniva. Forza vecchio cuore biancazzurro.

— Cristiano Mazzoni è nato nell’autunno caldo del 1969 a Ferrara, in borgata. Ha scritto qualche libro, ma non è scrittore, compone parole in colonna, ma non è poeta, collabora con alcune testate giornalistiche ma non è giornalista. Lavora come impiegato metalmeccanico e scrive di SPAL quando se la sente. Nel 2024 ha pubblicato un libro con alcuni dei suoi scritti pubblicati su LoSpallino.com: a Sergio Floccari, Luca Mora e Leonardo Semplici è piaciuto molto. 

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