Quella della società che “deve farsi sentire in Lega e in Federazione” è un’invocazione vecchia quanto il calcio, a tutte le latitudini. Peccato che nessuno poi provveda mai a dirci in cosa consista questo “farsi sentire”: una telefonata? Una lettera formale? Una chiacchierata alla prima riunione utile nella sede della Lega di serie A a Milano?

Di sicuro c’è che Walter Mattioli (al pari dei Colombarini) è nel calcio da un tempo sufficiente per sapere che questioni di simile delicatezza vanno trattate nelle sedi opportune con un certo riguardo per termini e toni, almeno se si rappresenta una società dal peso politico relativo. Per questo nel post partita i principali dirigenti spallini hanno evitato attacchi frontali agli arbitri o formulazioni di presunte teorie del complotto, prendendo atto di quello che a loro giudizio è stato un errore. Il resto – la logica è questa – dovranno farlo Nicchi, Rizzoli e chiunque altro abbia a cuore la regolarità del campionato. Evitare di scagliarsi contro le autorità non è stato un atto di subordinazione più o meno esplicito. Bensì si è trattato di una scelta consapevole di chi ha capito come funziona il sistema e vorrebbe fare il possibile per rimanervi all’interno, con tutti vantaggi (indiscutibili) che questo comporta. Per quello che è il suo funzionamento, recriminazioni e proteste avrebbero rischiato di aggravare la posizione della SPAL agli occhi di chi sta ai piani alti e sovrintende questo circo che si chiama serie A.

I dirigenti della SPAL hanno fatto questa scelta andando contro il sentimento popolare e la sete di giustizia sommaria che si è respirata fin dal momento dell’annullamento del gol di Floccari. Non perché non fossero interiormente inviperiti, tutt’altro. Ma perché non sono degli sprovveduti e hanno capito quanto può essere pericoloso essere messi all’angolo, anche a livello mediatico, anche solo per una frase fuori posto. Mattioli ne ha fatto le spese due settimane fa con l’ondata di indignazione per le sue considerazioni su Chiesa e finire… in fuorigioco un’altra volta non sarebbe opportuno in un momento così delicato della stagione. La SPAL – se possibile – vuole rimanere fuori dalla tempesta, perché più rumore farà e più verrà considerata come una vocina fastidiosa da mettere a tacere, anche con le cattive maniere.

Quindi il pubblico ha torto? Per nulla, anzi. Il parziale abbandono della curva Ovest ha fatto rapidamente notizia tanto da meritare uno spazio su tutte le principali testate giornalistiche sportive e ha contribuito a lanciare un segnale preciso a tutti gli addetti ai lavori. Con questa applicazione chirurgica e cervellotica del VAR si sta meccanizzando il calcio ad un punto tale da renderlo quasi insopportabile. Ancora più finto di quanto non sembrasse già a questi livelli. L’ingiustizia principale sta lì, al netto dei danni o dei vantaggi per la singola squadra (che non sono comunque secondari). Gli interessi della SPAL e dei suoi tifosi in molti casi coincidono, ma la loro conservazione implica anche l’utilizzo di strategie e strumenti che in tanti casi divergono. Pensare di delegare (esclusivamente) alla dirigenza l’indignazione e la protesta è una scelta sostanzialmente perdente, perché rischia di intaccare quegli stessi interessi e creare un bizzarro corto circuito. Il pubblico spesso e volentieri è l’ultima ruota del carrozzone della serie A, su questo non ci piove. Ma in alcuni casi ha ancora il potere di fare una qualche differenza. Quell’ampio spazio vuoto in curva Ovest è un primo messaggio chiaro: quello che ci stanno vendendo come un progresso tecnologico, uno strumento di giustizia, non è altro che un mezzo diverso per mascherare gli squilibri di un sistema profondamente ingiusto. Se l’esperienza del calcio – soprattutto allo stadio – deve essere questa, è bene che quei seggiolini rimangano mestamente vuoti a favore di telecamera anche nelle prossime partite. Chissà che questa visione deprimente e sbiadita non induca finalmente qualcuno a farsi qualche domanda sui nuovi mostri che stiamo vedendo in azione.



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