Alla vigilia della partita contro la Roma gli ultras della SPAL hanno riferito di aver incontrato la squadra per chiedere il massimo dell’impegno nella parte finale del campionato. Questo il messaggio diffuso dal movimento Curva Ovest Ferrara attraverso la propria pagina Facebook: “NOI VOGLIAMO GENTE CHE LOTTA – Alla curva la sua tradizione. Alla curva il suo orgoglio. Ma soprattutto alla curva il suo ruolo. La consapevolezza di un compito che, per scelta, prescinde la categoria e il risultato è una cosa che ci contraddistingue da sempre. È il senso di presenziare ad una partita anche spalle al campo, per qualcuno. Anche dietro uno striscione, senza vedere un solo minuto di gioco. È l’appartenenza ai colori, la rappresentazione di un movimento che è trasversale e non contingente. La voglia di essere più che apparire, e di sostenere sempre e ovunque. Dei contenuti tecnici non ce ne frega e non ce n’è mai fregato un cazzo, li lasciamo volentieri agli opinionisti non richiesti del Bar dello Sport. Una sola cosa ci spinge a prendere in considerazione ciò che sta accadendo in campo. Ed è l’onore della maglia. Questo è un aspetto sul quale non transigiamo, perché va oltre. Una questione di rispetto. Per noi, per i nostri colori, per la nostra storia. I processi non ci appartengono, nella maniera più assoluta. E non faremo mancare il nostro apporto né ora né mai, comunque vadano le cose. Anzi, grideremo anche più forte se la strada si farà in salita“.

Ma l’onestà intellettuale ci porta a considerare quanto questo impegno sia divenuto quantomeno incostante, e quanto questo tipo di atteggiamento rappresenti un autentico suicidio per una squadra che deve salvarsi. Che deve lottare alla morte fino all’ultimo secondo, dell’ultima partita. Ci vuole fame, ci vuole rabbia e determinazione. La stessa che mettiamo noi sugli spalti. Facce depresse a metà del girone di ritorno di un campionato completamente e assolutamente aperto non hanno senso di esistere. E noi non le vogliamo vedere, questo è bene metterlo in chiaro. Vogliamo il furore agonistico. Vogliamo tornarcene a casa consapevoli che tutti, TUTTI QUANTI, abbiamo dato il massimo per novanta minuti. Senza risparmiarci mai. Allora, e solo allora, il risultato non conterà. La classifica non conterà, e nemmeno la categoria. Ma le difficoltà che stiamo incontrando non possono essere un alibi per la depressione di nessuno. Meno che mai per quelli in campo, che indossano la nostra storia. E neppure per noi, e per chi ci segue. È il momento di compattare tutto l’ambiente. Perciò sì, da qui a maggio, dal campo agli spalti, NOI VOGLIAMO GENTE CHE LOTTA“.



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