Dice: “Dai, per essere calcio estivo è stata una buona prova”.
– “Zio, guarda che era una partita di campionato”.
– “Ma sà dìt? Il campionato non si gioca in giugno, non c’era pubblico, ci sono i cambi liberi, manca solo il portiere volante e due maglie come porte e poi c’è tutto”.
– “Guarda che è davvero il campionato”.
– “Mo dit dabon?”.

Ecco, io che boicotto le tv a pagamento dai tempi della banda quinta, ieri sera ho accettato l’invito di un amico, che mi ha fatto propendere per vedere la mia squadra in televisione mettendomi sul piatto della bilancia qualche birra, un pinzone genovese, del salame all’aglio fatto in casa e un impianto stereo valvolare dal quale usciva un suono, che quello sì mi faceva rizzare i peli delle braccia. Chitarre elettriche che suonavano come se ci fossero Angus, Ritchie e Dave in salotto. Brividi a go-go, grazie Andrea. L’attesa dell’esordio è stata pari ai fremiti che mi da il derby Gambettola–Nonantola o Pievigina–Monselice, non stavo nella pelle. Più che altro perché al lavoro, all’interno della bomba atomica, per il distanziamento sociale io e un collega facciamo le terme in un box senza aria condizionata, sul piazzale bollente del cantiere. Ci capita a volte di vedere in lontananza un’oasi coi cammelli e le palme da dattero.

Che dire?
Io penso che la mia curva abbia già detto tutto e meglio di così non si possa dire. Uno spettacolo avvilente in uno stadio post nucleare. Il mio campo che non riconosco, perché io lo vivo da dentro, dalla mia mattonella, dove ad ogni gradone saluto e abbraccio un amico. Il distanziamento sociale è sacrosanto, dopo tutto quello che è successo in questo anno bisesto di merda, non bisogna abbassare la guardia. Ed allora occorreva chiudere il baraccone. Il pay per view sta al calcio come una bambola gonfiabile sta all’amore. Ma non vorrei farne una battaglia ideologica, capisco quelli appassionati di calcio, i così detti calciofili che si guardano tutte le partite del campionato paulista e analizzano nei dettagli i movimenti del quarto di centrocampo, che sfila dietro al quinto, che si ferma e copre nel mezzo, per lanciare sulle fasce gli esterni che la danno al falso nueve che la infila… in c…urva.

Io non sono così. Così come tanti altri, non ci piace il calcio, ci capiamo zero di schemi, nessuno di noi è stato a Coverciano, qualcuno ha visto la Rondinella, ma è un altro discorso. Dopo il calcio totale della grande Olanda di Cruijff, la SPAL di Caciagli e il Porta Mare di Rolando Q, non c’è altro da inventare. Noi viviamo di passioni, non è colpa nostra se quei colori ci fanno morire, nella canicola di quello stadio vuoto, anche le nostre eleganti righe verticali sfumano come l’asfalto bollente della Ferrara Mare in agosto. Noi siamo preoccupati per il prossimo campionato, ma non perché ci interessi la categoria dove militeremo, molto probabilmente la serie B, ci interessa sapere se ci saremo. Noi. Il teatro va seguito in religioso silenzio, il cinema va assaporato nella comodità di seggiolini avvolgenti. La curva si vive in un groviglio di corpi e cuori, goccioline di saliva a spruzzo dal sapore di luppolo, smodate urla di penitenti che sfogano le turbe della vita quotidiana nella redenzione laica di una messa atea in latino che si chiama Società Polisportiva ars et Labor. Punto. Senza tutto questo noi non ci saremo, ci sarà il vuoto, il nulla, il senso di vertigine che si prova a guardare una voragine senza parapetto.

Noi non siamo uno spettacolo televisivo, in un campionato dove esistono solo cinque o sei squadre e tutte le altre sono delle cavie da dare in pasto al serpente, chiuso nella teca trasparente di un televisore a ventimila pollici, in alta definizione, dove i colori sono più colorati che in natura, dove i tifosi, che ci siano o meno non importa, basta ci siano gli sponsor. Le nostre bandiere sono di stoffa, non sono pixel tenuti insieme da un software del picchio, non si muovono tramite una gestione logaritmica di un computer, ma grazie alle braccia di un ragazzo che sa di essere il portatore di un vessillo, come un antico cavaliere estense, che sventola in faccia al mondo i colori del proprio orgoglio. Orrendo questo ex sport più bello del mondo.

Dimenticavo di dirvi che io aborro non solo le tv a pagamento, ma pure quelle pubbliche e commerciali, i programmi sportivi sono da trent’anni inguardabili, da quando non c’è più Domenica Sprint, Novantesimo minuto di Paolo Valenti e la sintesi di una partita della serie B, con la sigla che faceva: “squadra grande, squadra mia, la domenica mi tieni compagnia, sei lo sfogo alla amarezze, che bellezza quando segni e vai in gol…”. Noi non siamo solo dei maledetti romantici legati ai valori del passato, siamo i tifosi della SPAL e nulla ci fa paura. Basta esserci. Forza vecchio cuore biancazzurro.

la foto di copertina viene da un post Facebook di Curva Ovest Ferrara



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