Parchè mi g’ho dìt e lù al m’ha dìt, a tl’aveva dìt, a duevàn cùmprar clù càlà!

Ecco in sintesi i temi dei commenti sulla campagna acquisti, pre e post. L’essere ferrarese è un genere particolare di Sapiens, fa parte del genere Homo Sapiens Polemicus. L’essere succitato si avvale della facoltà di avere giocato alla Fulgor e di questo ne fa un mantello della sapienza che gli permette di commentare e spesso denigrare le scelte della propria squadra del cuore. Vero che in questi tempi digitali tutti hanno l’erudizione su tutto, ma il ferrarese di più. L’abitante dell’antica città degli Este si lamenta di tutto, del freddo d’inverno, del caldo d’estate e del tiepido in primavera e autunno. E quindi tant’è. Io ho letto solo due commenti sul calcio mercato della mia squadra, quello de LoSpallino e quello del mio amico E.T. e mi bastano.

A me manca la presenza, manca il contatto, manca tutto. I riti domenicali (anche se poi giochiamo di sabato), la mente attiva durante la settimana in attesa della partita, la voglia di campi asciutti e magliette a mezze maniche con la sciarpa legata al polso. Questo mi manca. Non mi interessano i giocatori, di cui non conosco le caratteristiche se non sono indicate su Wikipedia, credo di averlo detto fino alla nausea, a me il calcio non piace più, da tantissimo tempo, forse da quando ho smesso di praticarlo. Mi sono ritrovato su un lettino del pronto soccorso con una spalla rotta a causa di una entrata in scivolata, a dieci minuti dalla fine, subentrando dalla panchina, sul 10-0 per gli avversari, nel campionato C.S.I. di calcio a cinque. A me piace la S.P.A.L., piacciono i suoi colori, i sui sapori, gli odori (si anche quelli di cane morto di ritorno da un trasferta lontana), mi piace il contatto fisico, gli urti, gli scossoni, le gomitate, il ping-pong di porcate fra Suria e Mela. Mi piace il contorno. Il companatico per me è indifferente, basta che vestano i colori biancazzurri.

Quest’anno siamo attrezzati: ottimo mister Marino, il vice Mezzo, il Direttore Zorz, i ragazzi si impegnano, Sandro mi emoziona per radio. Basta questo, per il momento. Cosa succederà in maggio? Non lo so, anche perché “quel c’ha da gnìr, nìsùn al sl’arcorda” (Alfio Finetti). E allora viviamola bene questa nostra squadra, finché non potremmo essere là seguiamola con riti alternativi, ognuno il suo, chi per radio, chi in tv, chi al computer, chi sui social. Cerchiamo di essere ciò che siamo senza velleità di essere diversi. Io non sono sportivo, sono tifoso. Non sono un tecnico, sono tifoso. Non mi interessa lo spettacolo, per quello c’è Netflix o in alternativa Sanremo. Senza scendere nei dettagli, il tifoso tifa, parteggia, sta dalla parte della sua squadra e dei suoi colori. Io che ho continuo bisogno di autostima indotta, vedo nella S.P.A.L. la panacea dei mali del mondo, un vaso pieno di ricordi, certezze, drammi sportivi, gioie e dolori, che rappresentano la mia vita, la nostra vita.

Certo che c’è anche altro, non fate gli scùnzamnèstra, lo sapete che io esagero, ma la consapevolezza di vedere un mondo ideale, che ruota attorno a una curva, un rettangolo dall’erba fine, in un fortino all’inglese incastonato nel centro cittadino, è una colonnina per ricaricare le pile. Da lontano è più difficile, ma questo è il periodo. Arriverà anche il momento di risalire quei gradoni, ma non ci penso, perché manca ancora troppo tempo, troppo lontano è il traguardo. E quindi che volevo dire?
Un amico mio dice giustamente che per scrivere occorre partire da un punto A e raggiungere un punto B, che variando l’ordine dei fattori non sarebbe poi tanto male, ma il punto non è quello. A dire il vero non so poi quale sia il punto. Il mio neurone ruota su se stesso alla ricerca del filo, ma come spesso accade non lo trova.
Insomma volevo dirvi godetevela questa squadra, ricordatevi il passato in modo da poter assaporare meglio questo momento. Un campionato di vertice, tutte le carte in regola per giocarcela con tutte, anche col Milan-B, anche con chi pensa che coi soldi si acquisti tutto. Non è così.

Vi racconto una storiella e mi perdoneranno gli storici di professione. Nel primo ventennio del 1600 il Papa, nuovo padrone della città di Ferrara, fece costruite un grande e imponente fortezza a forma di stella a protezione della città. L’infame padrone, vista la scarsità di laterizi, ordinò di distruggere abitazioni civili, negozi botteghe, fienili nelle zone dei borghi di San Luca e San Giorgio per riutilizzarle nella costruzione dell’immenso edificio. Un disastro. Il potere si era preso la vita di centinaia di persone. Secoli dopo Napoleone ordinò la distruzione della fortezza, poi ripristinata dagli austriaci, nuovi padroni della città. Passarono gli anni e anche i crucchi abbandonarono la splendida città degli Este. Fu ordinata allora la distruzione della possente struttura e i ferraresi si ripresero le pietre, tutte, a parte due baluardi ancora presenti (Santa Maria e San Paolo), più un piccolo muretto a trecento metri dal Paolo Mazza. I ferraresi con quelle pietre ci ricostruirono le case. Magari non c’entra un cazzo, ma quei fatti e quella storia avvennero vicino al nostro fortino, i ferraresi con tigna e tenacia si ripresero quello che era loro, da sempre e per sempre. L’orgoglio. Forza vecchio cuore biancazzurro.



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