foto Filippo Rubin

Joe Tacopina è rientrato negli Stati Uniti all’indomani di Vicenza-SPAL 1-1 (19 febbraio) e da allora si è visto e sentito poco, almeno per quelli che sono i suoi abituali standard mediatici. La ragione è semplice: il presidente della SPAL sta gestendo in contemporanea diversi casi molto delicati affidati al suo studio legale e questo ha richiesto una permanenza più lunga del solito a New York e dintorni. Tacopina ne ha parlato un po’ a “Bernie & Sid in the Morning“, uno show radiofonico dell’emittente WABC del quale è ospite piuttosto frequente.

Sul lato calcistico, che è quello che più interessa da questa parte dell’Atlantico, ci sono comunque nuove dichiarazioni rilasciate a Off The Pitch, una testata specializzata in analisi economico-finanziarie nel mondo del calcio. Di seguito i passaggi più interessanti.

Quella della SPAL era un’occasione troppo buona da lasciar scappare. Si parla di una squadra che rappresenta una città meravigliosa e appena ho visto i numeri mi sono convinto rapidamente. La SPAL era una delle pochissime squadre a essere in grado di fare degli utili per tre anni di fila prima della pandemia. Si tratta di qualcosa di estremamente raro nel calcio italiano“.

Tacopina ha ancora una volta specificato di avere al suo fianco una “famiglia italiana” come “partner principale“, ma che allo stato attuale “non vuole che la sua identità venga resa pubblica“. Il progetto condiviso è quello di “rendere la SPAL un club in grado di diventare competitivo e sostenibile in maniera autonoma, come nel caso dell’Atalanta“.

Parte delle risorse, secondo Tacopina, dovrà arrivare dalla valorizzazione dei giocatori: “È già successo a gennaio con Demba Seck, che ha un enorme potenziale ma che è arrivato alla SPAL senza alcuna spesa. Lo abbiamo fatto crescere e poi venduto per 4 milioni più il 20% della futura rivendita quando il Torino lo cederà al Liverpool o dovunque sarà nel giro di tre o quattro anni“.

Per come la vedo io – ha spiegato il presidente – il cuore pulsante della SPAL devono essere l’area scouting e il settore giovanile in modo da poter competere con chi ha più risorse di noi“.

Un’altra via per rendere la SPAL più solida è la crescita del brand. Tacopina ha confermato di voler portare la squadra negli Stati Uniti per una serie di amichevoli nel corso della prossima estate e di voler inaugurare diverse academies, delle specie di filiali nelle quali giovani talenti americani possono essere fatti crescere. “Vogliamo fare sul serio. Non sarà una di quelle operazioni nelle quali spediamo delle magliette ad alcuni coach e gli facciamo mettere il nome ‘SPAL Soccer School’. Apriremo delle società affiliati negli Stati Uniti e stiamo pensando anche ad altri paesi nei quali fare la stessa operazione“.

Ovviamente Tacopina è altrettanto consapevole di avere di fronte una strada in salita per imporre Ferrara e la SPAL all’attenzione internazionale: “Abbiamo un vantaggio che consiste nel fatto che questo club sia così affascinante e unico. Ma c’è anche la sfida di far conoscere Ferrara fuori dall’Italia, perché tanta gente non sa nemmeno dove si trovi. Ci sarà parecchio lavoro da fare al riguardo, ma per me anche questo fa parte del divertimento“.

Tra le altre cose il presidente punta a trovare uno sponsor che dia una denominazione temporanea allo stadio, come accaduto in tempi recenti a Reggio Emilia (Mapei Stadium), Torino (Allianz Stadium), Bergamo (Gewiss Stadium), Udinese (Dacia Arena) e Cagliari (Unipol Domus). Per ora l’unica squadra di serie B che al momento può vantare questo genere di accordo commerciale è il Monza (U-Power Stadium).

L’orizzonte a medio termine è quello del ritorno in serie A: “Il nostro fatturato – ha rimarcato Tacopina – va dai 25 milioni ai possibili 74 in caso di promozione. 74 milioni semplicemente salendo di categoria, quindi senza fare nulla di realmente straordinario. Riporterò la SPAL in serie A, non ho dubbi su questo. Sarà la mia quarta promozione nel calcio italiano, che sia quest’anno o nel prossimo“.

Per farcela servirà comunque parecchio impegno, soprattutto perché nel campo degli affari il tempo scorre più lentamente in Italia rispetto agli Stati Uniti: “Mi rendo conto di essere abbastanza impaziente con le persone. I miei genitori venivano dall’Italia, ma quando si tratta di certe cose io preferisco tagliare corto. Però non sempre è possibile e questo è frustrante. Qui ci si accorda per una riunione e si prende un caffè. Due mesi più tardi si fa un’altra riunione, altre chiacchiere, altro caffè. Fanculo a tutto questo. A me interessa fare una riunione, stabilire i passi successivi e se nel giro di una settimana le cose non sono state fatte renderò la seconda riunione molto sgradevole. Tratto tutti col dovuto rispetto, ma spingo sempre al massimo. Perché è così che le cose vanno fatte“.

Tacopina ha anche chiarito che per lui il calcio è “50% passione e 50% business“. “Se pensassi solo ai soldi probabilmente non mi sarei invischiato nel calcio italiano. Me ne starei a fare l’avvocato 365 giorni all’anno con una parcella di 1.800 dollari all’ora. Ma la mia vita non è mai stata incentrata sul conto in banca. Per la SPAL cerco di essere in Italia un paio di settimane al mese. Si tratta senz’altro di passione, ma può esserci anche una ricompensa economica. Una cosa non esclude l’altra. A Bologna ho fatto dei bei soldi nel giro di undici mesi: quando ho venduto le mie quote ho raccolto quattro o cinque volte l’investimento iniziale“.

Una delle incognite con Tacopina sta nella sua effettiva permanenza in un luogo, vista la sua storia di nomadismo calcistico che ha toccato Roma, Bologna e Venezia. “Se avessi guadagnato un dollaro per ogni selfie fatto con la gente a Ferrara potrei permettermi di comprare Messi. Mi sento di dire che questa è la mia ultima tappa nel calcio italiano, è il gran finale. L’ho garantito a me stesso, ai miei partner e alla mia famiglia. Non c’è un posto migliore per me per fare il presidente“.



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