foto Filippo Rubin
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Nessuno di noi ha giocato seriamente a calcio. Mi spiego meglio. Il calcio quando io ero bambino non esisteva. Esisteva il pallone e tutti noi bimbi degli anni Settanta eravamo satelliti che ruotavamo intorno al boccio o alla boccia, perché la sfera perlopiù in gomma non era né maschile né femminile. Era un’essenza, era eterea e asessuata, era il rimbalzo che poteva farti svoltare. Prima del Motovelodromo o della Fulgor c’era tanto, c’era un percorso. Il cortile e la strada prima di tutto, poi i campetti non adibiti al giuoco, con alberi, scivoli e panchine. Poi i campi del prete e per i più fortunati arrivava la chiamata “in squadra”. Io mi ricordo bene l’invidia che provavamo per i primi prescelti, per gli eletti che venivano selezionati dall’Olimpia. Mi ricordo Mela e Piero, Arve, quando passavano per le strade piene di buche del Batiguàza ci sembravano già dei giocatori, non dei calciatori. Ho ben impresso nella mente quando al campetto giocava Tempe, il Johan Cruijff del nostro sotto quartiere, dalle movenze fatate e dal tocco sopraffino. Si giocava a pallone, si calciava qualsiasi oggetto di forma vagamente sferica e rimbalzante o meno. Un Elite da 500 lire, un Super Tele da 800 lire, uno Yashin da 3.000 lire, fino alla folle cifra del Tango a 5.000 lire. Bucare un Tango era un dolore talmente forte che poteva toglierci il sorriso per diversi giorni, era una tragedia, peggio che venire bocciati a scuola.

Il pallone di cuoio era poi una chimera, un miracolo che si avverava qualche volta a Natale o per la comunione o per la cresima, e non era il meraviglioso Mitre dei giovanissimi, ma un football economico che dopo tre partite si scuciva creando bolle sulla sfera come delle mezze arance. È risaputo che sono sempre fuori tema, quindi non c’è da meravigliarsi. Un giorno però la chiamata capitò anche a noi. Per me fu l’Etrusca dopo un terribile provino all’Audax dove venni preso e per un mese e mezzo mi toccò la panca pure in allenamento. Fu nell’Audax che ebbi i primi sentori di non essere una punta. Ah, dimenticavo di dirvi che nel cortile non esistevano difensori. C’era qualche regista, mezzali a cercarle col lumicino e valanghe di punte. Centravanti, ali destre e sinistre pullulavano tra i passi carrai, i garage e i bidoni del rusco. C’era poi qualche bestia di Satana che per volontà sua – e non costretto dal bullismo dei più grandi – decideva di giocare in porta. Ruolo strano e che io mai ben riuscii a capire. Non mi è mai stato chiaro cosa poteva scattare nella mente di un dodicenne che volontariamente si piazzava davanti al plotone di esecuzione di una schiera di scatenati e brufolosi centravanti, tutti intenti a cercare di impallinarlo a ogni tiro. Quando per la prima volta il mister mi assegnò la maglia per l’esordio nel torneo Settembre Sportivo e vidi la 5 al posto del 7 dei miei sogni, un po’ ci rimasi male, ma durò poco. La 5 e la 6 si adeguavano di più ai miei piedi.

Il pallone era la discriminante tra una splendida giornata e una di merda. Nelle volte in cui c’era, il sole splendeva. Quando invece mancava la vita rimaneva sospesa fino a quando a furia di 100 lire alla volta si riusciva a raggranellare la somma per correre dalla Nanda o al Bazar ad acquistare la retina con la boccia dentro. Credo di avere rischiato la vita almeno tre volte al giorno nella tarda infanzia per salvare il pallone. Io ero sicuramente tra i meno “riflessivi”, per usare un eufemismo, quando c’era da fare una cagata. Mi sono arrampicato sulle grondaie fino al secondo piano del mio condominio per riprendere un pallone finito sul balcone. Ho scavalcato cancelli appuntiti per accedere a cortili sorvegliati da cani talmente cattivi che i lupi mannari rabbrividivano. Ho affrontato orchi buca-palloni con scatti alla Tivelli. Sono salito su alberi alti come le sequoie di Yellowstone Park. Questo era il pallone per noi bimbi di borgata. Ovviamente mi sono dilungato molto, forse troppo, pur di non parlare direttamente di S.P.A.L. Quando le leggende narravano di ragazzi come noi – con due gambe, due braccia, due occhi – che venivano selezionati dalla gloriosa Ars et Labor, le amicizie o presunte tali pullulavano. “Ma sai che io con Tizio (che gioca alla S.P.A.L.) c’ho fatto un uno contro uno l’estate scorsa e ho pure vinto?” – “Ezzà, ma chi sei, Manfrin?“. “Io con Caio che gioca da terzino destro alla S.P.A.L. c’ho giocato a palla-traversa-incrocio e ho perso per due punti“, “Ah però, sei un figo“.

Questi eravamo noi, dei giocatori. Tutti sognavamo di indossare quella casacchina a righe sottili. Anzi era qualcosa di più di un sogno, era un’utopia. Io da piccolo invidiavo pure gli spinzini che alla domenica al Comunale portavano il pallone ai miei idoli. Gibo, Cina, Manfro, Danilo Ferrari e tutti quelli che indossavano i miei colori. È ovvio, io non pretendo che il nostro smisurato amore possa permeare qualcuno dei ragazzi che oggi indossano la maglia più bella del mondo. Vale anche per quelli che ci sono stati prima. Il calcio è morto da svariati decenni, molto probabilmente da quando io ho abbandonato la mia borgata, forse da quando ho smesso pure di giocare negli amatori o addirittura da quando ho finito con una spalla rotta l’ultimo campionato di calcio a 5 CSI. La mia squadra è sempre là, indipendentemente da chi indossi la sua maglia e mi piacerebbe che qualcuno riuscisse a fare capire ai giovani fortunati che di mestiere fanno i calciatori nella S.P.A.L. quale privilegio hanno e quanto peso si portano addosso. Sono le nostre vite, le nostre storie, i sogni di generazioni di bambini meno fortunati di loro che invece di gioire sotto la Ovest impazzivano di felicità per una punizione insaccata all’incrocio dei pali di un portone condominiale.

Questo articolo lo avevo già in mente da prima della partita di domenica. Non vuole essere una particolare critica nei confronti di nessuno. Anche perché contro il Palermo ho visto tanti, tantissimi limiti, ma ho pure visto l’impegno, il tentativo di cambiare qualcosa nella nemesi di una squadra che pare non si sia più ripresa dall’ingiusto esonero di mister Semplici qualche anno luce fa. Non conosco la formula, neppure ho alcun consiglio, ma sarei felice se la società, i dirigenti, il mister, lo staff e la squadra guardassero di più la curva Ovest. Lì c’è la soluzione a tutto, lì c’è il segreto, lì c’è la storia della nostra comunità e del nostro folle amore. Forza vecchio cuore biancazzurro.



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