Forse era lecito aspettarsi un pubblico un pochino più numeroso per il secondo dibattito proposto all’interno del weekend di festa della Curva Ovest, dedicato al tema della repressione degli ultras e alle prospettive future del movimento. Perché quello andato in scena sul palco del parco Bassani è stato un confronto molto interessante e che ha coinvolto voci diverse, coordinate dalla conduzione di Federico Pansini.

I protagonisti di “Perché ci diffidate” sono stati l’avvocato Giovanni Adami, lo scrittore e sociologo francese Sebastien Louis e il direttore della testata Sportpeople.net Matteo Falcone, da sempre impegnato nella cronaca sul mondo ultras italiano e straniero. A rompere il ghiaccio è stato Adami, specializzato nell’assistenza legale verso i tifosi colpiti proprio dai provvedimenti di Daspo (Divieto di assistere a manifestazioni sportive): “Il Daspo è uno strumento che viene messo nella mani del questore e non passa attraverso la via del tribunale, come invece capita per le cosiddette misure di prevenzione. La notifica di questo provvedimento avviene senza contraddittorio, perché nella stragrande maggioranza dei casi viene irrogato senza ascoltare la difesa e comporta un lungo e dispendioso iter amministrativo. In Italia, nelle sue forme più complesse, il Daspo comporta l’obbligo di firma durante le partite della squadra tifata dal soggetto sanzionato. Una cosa completamente insensata che non si verifica in tanti altri paesi europei, tra cui quelli considerati più severi sulla questione, come ad esempio Germania e Inghilterra. Invece, qui da noi, ci sono varie questure che richiedono una firma anche per quattro o cinque volte durante il corso di una gara“.

Questi Daspo con obbligo di firma sono obbligatori anche per le amichevoli, che molto spesso possono cambiare data all’improvviso, specialmente se stiamo parlando di formazioni non di alto livello. Il paradosso, davvero assurdo, è che la mancata firma, magari per ragioni di lavoro, potrebbe essere punita con una pena comparabile a quella di una rapina. È un aspetto inaccettabile in un paese come il nostro, che si ritiene all’avanguardia per i diritti civili. Abbiamo imbastito una battaglia durante il periodo Covid, quando le partite si giocavano a porte chiuse, per far sì che le persone daspate non andassero a firmare, in quanto, data l’assenza di tifoserie e eventuali scontri, il provvedimento non aveva ragione di esistere“.

Provvedimento che, agli occhi del tifo, viene visto al pari di una forma di grave limitazione della libertà personale, come ha spiegato Matteo Falcone: “Gli ultras associano la diffida alla parola ‘repressione’ perché si vengono a creare stratificazioni che appesantiscono sempre di più l’apparato amministrativo senza alcuna logica. Tanti anni fa le cose erano diverse: si andava meno in trasferta, c’erano meno occasioni per eventuali scontri tra tifoserie opposte. Le zone del tifo erano mescolate e anche il dispiegamento delle forze dell’ordine era più contenuto. Dagli anni novanta in poi, quando il movimento ultras ha iniziato a diffondersi in maniera capillare senza distinzione di categorie, s’è reso necessario un utilizzo più elevato della pubblica sicurezza, che paradossalmente ha portato ad un innalzamento del livello di scontro. Si tende sempre a pensare che siano stati gli ultras a portare la violenza nel calcio, quando in realtà lo stadio era già uno spazio fortemente territoriale“.

Si biasima la repressione proprio perché non c’è una proporzione tra i reati commessi e le pene inflitte. Ognuno interpreta le leggi in modo arbitrario, senza una vera e propria razionalità. Penso ad esempio ad alcuni divieti assurdi come quelli di portare negli stadi alcuni striscioni, alcune bandiere o dichiarare qualsiasi cosa ci si porti dietro. Un punto di svolta, in questo senso, è stata la morte dell’ispettore di polizia Filippo Raciti nel 2007, durante il derby Catania-Palermo: dopo quel fatto sono state negate tantissime libertà agli ultras; divieti che hanno distrutto tutta la parte folkloristica del tifo, incentivando, di riflesso, il lato più aggressivo”.

Parlare degli ultras in Italia è ancora molto difficile – ha detto Sebastien Louis, autore di un volume molto rigoroso sulla storia del movimento ultras – in particolare negli spazi istituzionali. Appena si cerca di toccare l’argomento con una prospettiva descrittiva e non certo di opposizione, qualcuno storce subito il naso per paura di un ipotetico danno alla sua immagine. A mio avviso, si può parlare senza problemi di una vera e propria repressione culturale, alimentata ovviamente anche dai mass media e dai vari organi di informazione, che sono sempre prevenuti nei confronti della figura dell’ultras. La cosa fa abbastanza sorridere se si pensa che il movimento ultras è nato proprio qui, tra il 1967 e il 1971. Nonostante la repressione e la crisi, in tutta Europa si guarda all’Italia come punto di riferimento per il tifo organizzato“.

Da parte mia credo che l’ultrà del 2022 debba farsi intelligente, il che non vuol dire mettere il cappuccio in testa e sferrare pugni a destra e a manca senza farsi riconoscere, bensì riflettere con la testa prima di fare certe azioni. Non voglio fare la morale a nessuno, ma purtroppo è un dato di fatto che diversi autogol sono stati realizzati dagli stessi protagonisti di questo mondo che stiamo raccontando. Bisogna cambiare anche il modo di comunicare. In Francia, Inghilterra e Germania sono stati fatti degli sforzi per creare un vero e proprio blocco sociale in grado di avere un peso specifico nel trattare temi importanti con le istituzioni sportive, a partire dai prezzi dei biglietti nei settori ospiti. Certo, siamo idealisti e vorremmo cambiare tutto, ma la politica dei piccoli passi può aiutare a fare in modo che gli ultras non vengano esclusivamente identificati come una parte problematica del calcio. Anzi, l’esatto contrario, piuttosto come un movimento che può portare dei rimedi alla deriva del calcio contemporaneo“.

Un pensiero condiviso da Matteo Falcone: “Gli ultras in sé sono abbastanza refrattari nel comunicare attraverso gli organi di informazione, ma forse dovrebbero farsi media  di loro stessi e cercare di difendere le proprie istanze, che altrimenti nessuno difenderebbe. Bisogna uscire dalla zona di comfort e trovare il coraggio di fare quel passo in più per esporsi mediaticamente, perché la repressione è alimentata anche da una mancanza di reazione“.

Le considerazioni finali sono state affidate ancora al professor Louis: “Gli ultras hanno commesso tanti errori, sono il primo a dirlo, ma rispetto a questo calcio malato sono degli esseri perfettamente in salute che portano avanti la loro passione. Nonostante la repressione sapranno sempre rialzarsi“.



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